Liturgia nella fase 2: analisi e progetto

Marco Gallo, con la sua competenza, affronta con molta serietà il complesso passaggio dalla fase 1 alla fase 2, in vista del ritorno alla fase 3, che è ancora indefinito. In questo “rito di passaggio”, che ci riguarderà di sicuro per mesi, dovremo considerare diverse variabili. E nel frattempo dovrebbe entrare in uso anche il nuovo Messale Romano (3 edizione). Si tratta della prima configurazione complessiva di ciò che ci aspetta.

Liturgia nella fase 2

Da intimità ingessata a coraggio di primerear

 Quando l’evento messianico del vaccino sarà compiuto, potremo dunque tornare liberi, anche di celebrare. Intanto, il tempo ibrido del già e non ancora, in mezzo tra l’agognata riconquista della normalità e lo stretto lockdown iniziale, sarà senza dubbio un periodo prolungato. Come sarà possibile celebrare la liturgia nelle chiese aperte in tempo di distanziamento sociale? Possiamo considerarla un’esperienza ecclesiale accettabile? In questo testo, proviamo a offrire una proposta di pastorale liturgica. Non basta aspettare che passi il tempo, ma è urgente rimanere pensosamente attivi, prendere coraggiosamente l’iniziativa. Questo ci pare necessario, considerando poi che, con ogni probabilità, la terza edizione del Messale Romano italiano vedrà la luce proprio in questa fase 2. Insomma, Pedro, adelante con judicio, si puedes.

Quasi un’apocalisse

La fase 1: un cambio di eone, dalla corsa alla barca.

Nella conferenza stampa del 1° aprile, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha introdotto una terminologia nuova, ora diffusa, che scandisce il tempo dell’emergenza in fase 1fase 2 e fase 3. La prima di esse è quella nella quale siamo entrati tutti improvvisamente all’inizio del mese di marzo, quasi come un cambiamento di eone. Tutto ciò che è stato scritto, registrato, programmato prima appare oggi come evidentemente riferito ad un altro mondo. La fase 1, dal punto di vista ecclesiale, coincide con la sospensione di ogni celebrazione liturgica pubblica, compresi i funerali, l’Eucaristia ed i sacramenti, e con lo stop alle attività di catechesi e di aggregazione. Non si è fermata la liturgia tout court, vissuta come ha potuto nelle case e, sorprendentemente, nel digitale/televisivo. Anche l’azione caritativa, dopo qualche tentennamento, è ripresa in molti luoghi, sollecitata in forma nuova dalla mutata condizione. In questa fase, Papa Francesco ha messo in scena notevoli eventi linguistici: il pellegrinaggio solitario e silenzioso del 15 marzo e, in particolare, l’impressionante isolata preghiera del 27 marzo, offrendo un’icona biblica – la barca dei discepoli in tempesta (Mc 4) – che riequilibri la metafora preferita in questa fase (“siamo in guerra”): “Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca”.

La fase 2: la stabilizzazione di un cambio irreversibile

L’inizio della fase successiva coincide con un “periodo di convivenza con il virus” (Conte). Siamo in attesa del messianico vaccino. Le misure adottate in questo secondo tempo sono più lievi di quelle necessarie nel primo. In questa fase, in Italia non sono riaperte le scuole, al pari di altre numerose attività commerciali, eventi culturali ed aggregativi. La fase 2 è l’elemento che renderà la pandemia un vero rito di passaggio, una sorta di zona liminare, assai lunga e, immaginiamo, accidentata. Sarà questo il momento in cui si perderanno gesti ed azioni consuete, si cristallizzeranno inedite attenzioni, quelle che trasformano profondamente la società. (Non vorrei scadere di tono, ma nelle nostre sacrestie non è inconsueto trovare ancora dismessi cartelli che invitavano a non sputare in chiesa, abitudine persa solamente dopo l’epidemia della spagnola nel 1918-1920). In questa seconda fase, alleggerite diverse delle limitazioni, si possono riprendere dunque tutte le attività realizzabili senza correre il rischio di far ripartire un vasto contagio, rispettando le norme di distanziamento sociale: sarà il tempo della liturgia che esce lentamente dalle case e dal digitale.

La fase 3: e quindi uscimmo a riveder le stelle

Senza poterne immaginare con sicurezza l’inizio, la terza fase è lo scenario che coincide con l’uscita dall’emergenza “e il ripristino dell’assoluta normalità della vita lavorativa e sociale, della ricostruzione e del rilancio” (Conte). Di questa uscita dalle grotte domestiche, nessuno di noi dubita, ed essa coinciderebbe con il debellamento del virus tramite un vaccino efficace. Lo spirito umano si interroga in merito sul “quando”, ma nessuna voce ha mai sollevato il dubbio sul “se”. Come ha brillantemente detto l’intellettuale israeliano Yuval Noah Harari (The Guardian 20 aprile 2020: https://www.theguardian.com/books/2020/apr/20/yuval-noah-harari-will-coronavirus-change-our-attitudes-to-death-quite-the-opposite) la tecnica ha pesantemente messo a tacere ogni linguaggio religioso ed ora ci si rivolge a lei chiedendole appunto “quando”, ma mai “se” ci salverà. Non sarebbe inutile ricordare che di alcune malattie il vaccino non è mai stato messo a punto (la malaria!), con esse si impara a vivere, conoscendo i rischi ed accettandone le conseguenze. I nostri eroi, dice Harari, non sono i preti che seppelliscono i morti e cercano di dare ragioni alla calamità, pur avendo chiuso tutti i loro templi, ma i medici che salvano vite ed alla fine faranno vedere al piccolo virus che è il vero organismo alpha di questo pianeta. Nella fase 3, l’umanità percepirà la sua forza come insieme, ma ancora più chiaramente la sua estrema fragilità individuale: ci saranno probabilmente più investimenti nella medicina, perché i dottori concedano più tempo per vivere, ma poi resterà aperta la questione di sempre su cosa fare di questo tempo.

Che cosa succede alla liturgia (fase 1 fase 3).

Fase 1: tra domestico e digitale

Su quanto avvenuto alla liturgia nel periodo della fase 1 non sono pochi gli interventi davvero illuminanti che sono stati offerti. Possiamo notare ancora una volta che, mentre di catechesi e di carità si è discusso molto meno (sic), anche in questo caso il dibattito immediato si è acceso a proposito della liturgia. Si è trattato di un confronto prezioso, perché relativo ai nodi della liturgia fondamentale: il posto del corpo, la necessità dei riti legati agli eventi del morire, della malattia e della socialità, il ruolo dell’assemblea (assente o rappresentata o collegata), dell’iniziativa clericale, il valore del precetto festivo, il valore della comunione sacramentale e della comunione spirituale, il rapporto tra autorità civile e libertà di coscienza – per non citarne che alcuni. Senza tornare su questi dibattiti, possiamo notare che la sospensione delle Messe configura un momento assolutamente inedito nella storia della cristianità e, nello specifico, della storia della liturgia, un evento che potrebbe generare effetti per ora imprevedibili (tutto ciò che si è spostato sul digitale o nello spazio domestico tornerà nelle comunità?).

Fase 3: si può davvero desiderare di riprendere la liturgia così com’era?

Non è difficile ricordare quanto fossero già catastrofiche le analisi che ci erano offerte prima dell’emergenza Covid, sulla situazione ecologica, economica, sociale. Per questo, se è lecito sperare nella fine delle difficoltà ulteriori e gravi che ora iniziamo a conoscere, è ancor più lecito non dimenticare che non è sufficiente “tornare come prima”. Lasciando queste considerazioni generali troppo ampie, un ragionamento analogo potrebbe essere offerto anche rispetto alla vita ecclesiale, alle pratiche di Iniziazione Cristiana e, soprattutto alla liturgia. Dopo lunghi anni – in particolare quelli non esenti da retorica nel periodo del Sinodo dei/sui giovani – in cui della liturgia si è normalmente diagnosticata tutta la fatica fino a farne uno dei grandi malati nelle chiese occidentali, è auspicabile semplicemente rimettere in moto il motore di prima? Non ci si dovrebbe domandare piuttosto quale liturgia desideriamo per la fase 3 ed approfittare del limen per tentare di avvicinarsi almeno un po’? La mia proposta sarebbe dunque quella di guardare soprattutto fase 3, e di non vivere la fase 2 concentrandosi sulle posizioni dei fedeli negli edifici o sulle certificazioni per l’igienizzazione solamente, ma di attraversarla a partire appunto dal sogno della liturgia post-Covid 19, come una sorta di tempo di riabilitazione. Anche perché la liturgia della fase 2 non può che essere un monstrum.

Fase 2: celebrare senza intimità

La ripresa delle celebrazioni nei luoghi di culto

Ogni comunità dovrà lavorare non poco per adeguare gli spazi, i movimenti, gli oggetti e le ministerialità. Circolano ipotesi sulla progettazione dei mezzi di trasporto, sulle spiagge, sui ristoranti: l’effetto che producono è la malinconia per la perdita di una spensieratezza nell’abitare la socialità che per molto tempo non avremo più. Come uno stadio vuoto è “lo scheletro di una folla” (Mario Benedetti, El Pais 19/04/2020) e farà del calcio, se mai riprenderà, tutto un altro evento, così proviamo a immaginare ora le conseguenze enormi sulle celebrazioni delle misure di distanziamento sociale, una volta che sarà possibile tornare a celebrare pubblicamente.

a. Dove si celebra?

Gli spazi degli edifici ecclesiastici dovranno esser attentamente valutati, con i loro banchi o sedie, e qualcuno di competente dovrà garantirne la sicurezza rispetto ad un piano predisposto. Si dovrà calcolare, al pari di tutti gli altri ambienti aperti al pubblico, la capienza massima consentita, perché il distanziamento sia rispettato. L’ingresso sarà quindi contingentato: risorgerà necessariamente un nuovo e antico ministero dell’ostiariato, che avrà il compito non facile accogliere ad una liturgia, a volte dovendo respingere qualcuno. Quali criteri si potranno scegliere per non escludere i fedeli che desiderano partecipare? Una turnazione, o l’invito a presentarsi molto prima dell’inizio? Potremmo assumere così tutti l’abitudine ad arrivare con maggiore anticipo all’azione liturgica? Non sarebbe auspicabile sacrificare l’uso dell’aula liturgica per adottare, almeno nella stagione estiva, improvvisate aree sacre esterne? Anche per queste sarebbe ovviamente necessario un piano di sicurezza ed il calcolo di una capienza, che però si presenterebbe più facile e sicura – dovendo però lavorare con gusto sulla costruzione di un presbiterio adeguato, con un apparato iconico che metterà in luce tutte le lacune delle comunità.

b. Quale assemblea?

Tra i membri delle comunità c’è sicuramente qualcuno che vive un desiderio più vivo di tornare ad esser presente alla celebrazione e qualcuno che, conscio del fatto che toglierebbe il posto ad altri, rinuncerà ad entrare, insieme a chi non sente affatto come un problema il non potersi unire alla celebrazione. Non immagino molti giovani nella prima categoria. Quale posto daremo ai bambini? E ai cercatori improvvisati di Dio? E quindi quale volto avrà dunque l’assemblea?

Alcuni dei presenti, poi, non potranno essere esclusi, in particolare quelli che sono formati per offrire un ministero più delicato (organisti, cantori, accoliti e lettori). Se nella fase 1 le liturgie “a porte chiuse” hanno ridotto all’osso (e anche oltre) la ministerialità, nella fase 2 sarà possibile compiere un vero e proprio lavoro di discernimento ed appello perché la ministerialità sia più dignitosa. Una gestione clericale di questa delicata opera di invito/rimando sarebbe chiaramente disastrosa. Le parrocchie possono essere sollecitate come comunità corresponsabili del volto che assumono.

c. Gesti e movimenti

Ci immaginiamo che i presenti debbano indossare le mascherine: quale effetto farà un’assemblea senza espressioni del viso? Il primo gesto di chi vi si unisce – novella acquasantiera – sarà l’uso di liquido igienizzante, che le comunità saranno obbligate a rendere disponibili all’ingresso dei luoghi scelti per la celebrazione. L’ambiente stesso dovrà essere igienizzato completamente e regolarmente, con detergenti adatti, sia allo scopo che alla preservazione del patrimonio artistico culturale. Il loro tipico e penetrante odore sarà senza dubbio più rassicurante rispetto alla sicurezza, ma stravolgerà la prestazione del rito legata all’odorato (per divagazione, il turiferario con i guanti di lattice che effetto fa?). I microfoni e tutti gli oggetti liturgici non dovranno passare di mano in mano, creando non pochi problemi che all’inizio non si possono tutti prevedere. L’uso di foglietti o libretti sarà proibito. I cori parrocchiali dovranno tenere una distanza inedita e, mi immagino, cantare senza mascherina.

Sarà necessario ridurre tutti i movimenti di processione previsti dal Messale, o ripensarli perché siano fatti in piena sicurezza. Ovviamente irrecuperabile lo scambio della pace, ci immaginiamo che anche la distribuzione della Comunione porrà più di un problema, fino alla decisione di eliminare la processione verso il presbiterio, ma chiedendo ai ministri di recarsi verso i banchi. Questi si saranno nuovamente igienizzati le mani e porranno ogni attenzione per non venire in contatto con le mani dei fedeli. Ricevere la Comunione sarà accompagnato da pensieri di purità ben diversi da quelli tradizionali.

d. Sacramenti ed occasioni particolari

Nella fase 2 sarà probabilmente consentito celebrare l’Eucaristia nelle Esequie o comunque le s. Messe in suffragio dei defunti. In questo caso l’assemblea sarà riservata principalmente alle famiglie degli scomparsi? Così sarà anche in occasione dei Battesimi dei bambini? Non immaginiamo che saranno numerose le comunità che scelgono di proporre i sacramenti dell’Iniziazione Cristiana, non tanto per cedere alla difficoltà di prevedere dopo un debito banchetto, ma perché – al pari dei Matrimoni e delle altre feste comunitarie – il clima festivo è parte importante del vissuto. Per le solennità celebrate con presenze contingentate, si prevederà una moltiplicazione delle celebrazioni? Che cosa avverrà per le feste patronali?

e. Lo streaming non sarà interrotto

Con queste premesse è piuttosto facile prevedere che la trasmissione in streaming delle liturgie parrocchiali non sarà interrotta, ma prolungherà l’assemblea presente nello spazio scelto, probabilmente concedendo a chi si è sorprendentemente abituato a questo linguaggio nella fase 1 di averlo ancora a disposizione (in forma problematica). In questo senso, mi sembra doveroso rendere ragione di una componente della partecipazione digitale che, pur conservando tutta la sua distanza dall’azione liturgica piena in presenza assembleare, è in grado di difendere il carattere di appuntamento comunitario, la dimensione d’appartenenza parrocchiale ed una certa biunivocità, tutta diversa rispetto al televisivo. In questo senso, mi spingo persino a dire che chi in queste settimane ne ha scritto senza essersi impegnato nell’offrirlo non di rado tradisce un linguaggio esterno all’evento, spesso non privo di una certa povertà nello sguardo fenomenologico sul mondo digitale. Questa partecipazione potrebbe non essere alternativa alla liturgia domestica, ma al contrario potrebbe aiutare la famiglia stessa ad educarsi alla preghiera in casa durante l’interazione con il device che trasmette, con una partecipazione fatta di gesti, prese di parola, canto, oggetti (candela, acqua, pane, immagine sacra).

Conclusione

Celebreremo l’Eucaristia solo nella fase 3!

In un certo senso, dopo questo penoso esercizio di immaginazione sulla fase 2, si dovrebbe dichiarare con la più forte chiarezza che la celebrazione eucaristica è pratica possibile veramente solo in fase 3. Perché la liturgia è intimità, prossimità, contatto di corpi. La liturgia, come i gesti dell’affetto, resiste fino ad un certo punto alla sua trascrizione igienica. Come i gesti della relazione affettiva, appunto, gioisce di ogni piccolo progresso nell’intimità (in questo senso, la fase 2 è certamente più ricca della precedente), ma ne percepisce contemporaneamente il limite, patisce i freni. In questo periodo in cui impariamo a convivere con il virus e la possibilità di nuovi contagi, apprenderemo anche a celebrare con il massimo possibile, magari guadagnando palmo a palmo nuovi lembi di contatto, in sicurezza. Con questa nostalgia, comprendiamo i nubendi che hanno spostato le loro nozze posticipandole di un anno, sentendo che la piena celebrazione eucaristica ci sarà solo quando sarà consentito e giusto vivere una prossimità reale. Solo quando si potrà far festa senza pensieri e sguardi preoccupati.

L’arrivo della terza edizione italiana del Messale Romano

A meno di decisioni diverse ad ora non annunciate, il lunghissimo lavoro per la terza edizione italiana del Messale romano dovrebbe vedere la luce proprio in questa fase 2. Questo evento epocale non conferma forse che il tempo è opportuno per aprire piccoli cantieri di formazione, perché si torni ad una liturgia in fase 3 con una partecipazione attiva ben migliore rispetto al tempo pre-pandemico? Sappiamo bene che la nuova edizione del Messale non sarà uno stravolgimento della buona edizione del 1983. La ricezione di un grande Concilio ha bisogno di secoli. Questa terza edizione consiste nel prendere forma progressivo del Messale Romano di Paolo VI, nel maturare dialettico e travagliato dell’italiano come lingua liturgica, nella varietà dei codici linguistici necessari. Esso non contiene – per decisione chiara dell’episcopato italiano – quasi nessuna variazione nelle risposte dell’assemblea, ma lavora soprattutto sugli stili celebrativi e sui linguaggi (il canto in particolare).

La proposta dunque: aprire cantieri perché non si torni a celebrare come prima

La proposta sarebbe quella di approfittare del carattere provvisorio delle celebrazioni della fase 2 per compiere, in modo sinodale a livello di comunità parrocchiale, di diocesi, di chiese vicine, delle scelte strategiche relative all’ars celebranti.

Il primo versante potrebbe essere il discernimento di alcuni (pochi) cantieri che ogni comunità potrebbe assumere (il valore della domenica, il ruolo del canto, la ministerialità da rinnovare, la riscoperta del Messale e la fedeltà ad esso, l’adeguamento dello spazio liturgico con installazioni provvisorie e poco costose, la maggior cura della bellezza dei gesti, delle parole, degli spazi e degli oggetti).

Il secondo certamente dovrebbe essere la formazione liturgica, tramite la catechesi a carattere mistagogico e la pratica laboratoriale che comunque sarà da fare per la trasformazione e l’adeguamento degli spazi. È un’occasione unica perché le ministerialità conoscano un rinnovamento profondo.

Ad una chiesa che ha reagito con sbavature e generosità all’apocalittico manifestarsi del Covid 19, potrebbe ora succedere una chiesa che, guardando lontano, si predispone al futuro senza subirlo. Senza dubbio, la fase 2 non può essere il tempo della liturgia ingessata, ma può essere il laboratorio della chiesa in uscita:

“La Chiesa in uscita è la comunità di discepoli missionari che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano. Primerear – prendere l’iniziativa. […] La Chiesa evangelizza e si evangelizza con la bellezza della Liturgia, la quale è anche celebrazione dell’attività evangelizzatrice e fonte di un rinnovato impulso a donarsi.” (EG 24).